Il 20 febbraio cade l’anniversario del centenario dl manifesto del futurismo pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti.

Qualche anno fa mi fu chiesto dal produttore Marco Gallo di realizzare un cortometraggio che celebrasse il futurismo. Il progetto faceva parte dell’ evento “FuturNET”, mostra interattiva che, partendo dai valori del Futurismo, voleva mettere in connessione le idee del Movimento Futurista con l’arte di oggi legata all’uso della tecnologie più avanzate.

Sulla sceneggiatura di Joe Vignola cominciammo, con Marco, a lavorarci. I tempi erano strettissimi. In pratica partimmo contemporaneamente con la realizzazione 3d (di Marco Bertulessi) e lo sviluppo creativo. In tre settimane (neanche a tempo pieno) finimmo il lavoro.

La mia idea partì da un riferimento diretto al cinema di Leni Riefenstahl. Leni era molto semplicemente un genio. Una così atavica visione dell’uomo, uno scorcio così profondamente ancestrale in direzione essere umano, raramente sono riuscito a vederlo in seguito. Forse, se fosse vissuta nei nostri tempi, avrebbe realizzato un video come Shock The Monkey di Peter Gabriel.

Ovviamente questo riferimento non poteva bastarmi per soddisfare le mie esigenze artistiche.

Su questo riferimento sviluppai il mio concetto. La domanda fantascientifico/paradossale che mi facevo era: se esistesse un mondo virtuale del 3D e se questo mondo virtuale vedesse i primi passi di un arte che potremmo definire cinema, che forma avrebbe questo cinema pioneristico? Ho quindi immaginato che anche in questa dimensione questo cinema subisse le stesse limitazioni del cinema “reale” muto. Quindi, pellicola che salta e montaggio da avanguardia russa.

Il bianco e nero. E’ ovvio. Anche nel pionieristico cinema virtuale il colore doveva ancora arrivare. I robot avevano già preso il controllo di tutto e si dilettavano nei loro giochi circensi. Ma anche i robot non avevano evitato l’estinzione delle specie. E in una sorta di Super Final Bowl, i robot avrebbero trasmesso l’ultima caccia all’ultimo uomo.

La musica di Emanuele Fantuzzi è assolutamente adatta. Esalta tutti gli aspetti narrativi portanti del lavoro. L’inserimento finale del pezzo dei Pink Floyd, “Welcome to the machine” è una trovata brillante, che chiude il cerchio senza possibilità di errore.

Peter Gabriel gridava “Shock the monkey”, sveglia la parte primitiva che è in te. E per una parte primitiva che è dentro noi, ce n’è sicuramente una tecnologicamente elevata. E allora noi gridiamo: Shock the machine!

 

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