| Fitness Village Energy Center |
| di Daniele |
| 24/02/2009 alle 17.25 |
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![]() Forse ormai è unidea vecchia e neanche così produttiva. Quando vado in bicicletta e mi si illumina la lampadina davanti provo un piacere sottile ma grande. Provo fenomenale che il sudore del mio sforzo crea qualcosa, oltre a fornirmi un servizio (quello di spostarmi dal punto A al punto B). Lessi tempo fa di un apparecchio (stavo per scrivere "macchinario"...macchinario...che bella parola ormai in disuso, forse è troppo retrò, forse i macchinari non esistono più, esistono le macchine, cioè esseri pensanti, elettronici...le manovelle non funzionano più) che si applicava alle braccia e poteva creare energia. Io, lidea del Fitness Village Energy Center lavevo già. Questo mi diede ancora di più la convinzione che era una buona idea. Immagino un centro di benessere, con tutti gli attrezzi collegati ad una centrale che, grazie ai movimenti delle cyclette e altro, Ogni iscritto che raggiunge un tot di energia ha uno sconto sulliscrizione. Perché Virgin Fitness Center non mi offre qualcosa per lidea? |
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| Il caffè è per chi chiude i contratti (6) |
| di Daniele |
| 21/02/2009 alle 12.52 |
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| Il futurismo del futuro |
| di Daniele |
| 18/02/2009 alle 23.12 |
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Il 20 febbraio cade l’anniversario del centenario dl manifesto del futurismo pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti. Qualche anno fa mi fu chiesto dal produttore Marco Gallo di realizzare un cortometraggio che celebrasse il futurismo. Il progetto faceva parte dell’ evento “FuturNET”, mostra interattiva che, partendo dai valori del Futurismo, voleva mettere in connessione le idee del Movimento Futurista con l’arte di oggi legata all’uso della tecnologie più avanzate. Sulla sceneggiatura di Joe Vignola cominciammo, con Marco, a lavorarci. I tempi erano strettissimi. In pratica partimmo contemporaneamente con la realizzazione 3d (di Marco Bertulessi) e lo sviluppo creativo. In tre settimane (neanche a tempo pieno) finimmo il lavoro. La mia idea partì da un riferimento diretto al cinema di Leni Riefenstahl. Leni era molto semplicemente un genio. Una così atavica visione dell’uomo, uno scorcio così profondamente ancestrale in direzione essere umano, raramente sono riuscito a vederlo in seguito. Forse, se fosse vissuta nei nostri tempi, avrebbe realizzato un video come Shock The Monkey di Peter Gabriel. Ovviamente questo riferimento non poteva bastarmi per soddisfare le mie esigenze artistiche. Su questo riferimento sviluppai il mio concetto. La domanda fantascientifico/paradossale che mi facevo era: se esistesse un mondo virtuale del 3D e se questo mondo virtuale vedesse i primi passi di un arte che potremmo definire cinema, che forma avrebbe questo cinema pioneristico? Ho quindi immaginato che anche in questa dimensione questo cinema subisse le stesse limitazioni del cinema “reale” muto. Quindi, pellicola che salta e montaggio da avanguardia russa. Il bianco e nero. E’ ovvio. Anche nel pionieristico cinema virtuale il colore doveva ancora arrivare. I robot avevano già preso il controllo di tutto e si dilettavano nei loro giochi circensi. Ma anche i robot non avevano evitato l’estinzione delle specie. E in una sorta di Super Final Bowl, i robot avrebbero trasmesso l’ultima caccia all’ultimo uomo. La musica di Emanuele Fantuzzi è assolutamente adatta. Esalta tutti gli aspetti narrativi portanti del lavoro. L’inserimento finale del pezzo dei Pink Floyd, “Welcome to the machine” è una trovata brillante, che chiude il cerchio senza possibilità di errore. Peter Gabriel gridava “Shock the monkey”, sveglia la parte primitiva che è in te. E per una parte primitiva che è dentro noi, ce n’è sicuramente una tecnologicamente elevata. E allora noi gridiamo: Shock the machine! |
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| Il mio amico ha visto la luce |
| di Daniele |
| 18/02/2009 alle 21.26 |
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Lui ha visto la luce. Il nostro amico, dopo un mese e mezzo (!!!) ha visto la luce. E’ uscito dal suo tunnel buio, per vedere la via d’uscita. Per quanto mi riguarda, rimarrà un’esperienza indelebile. Una di quelle che segnano un cambiamento nella vita. Con la morte che recita la sua parte con tutta la sua forza propositiva. E il destino ci ha messo pure che veramente assomiglia a John Belushi...Penso che tornerò sull’argomento. |
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| Il caffè è per chi chiude i contratti (6) |
| di Daniele |
| 16/02/2009 alle 20.09 |
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| La vita con un goccio di morte |
| di Daniele |
| 15/02/2009 alle 11.05 |
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Leggiamo continuamente di incidenti, di drammi, di morti illudendoci che sia pane per altri denti. Quando capita a noi siamo raggiunti da una sensazione tra l’incredulo e il malinconico. Quando hai un amico in coma, che lotta tra la vita e la morte, un vuoto allo stomaco ti prende. Hai la sensazione di aver perso tutti gli organi all’altezza della pancia. La tua prospettiva della vita sposta il suo baricentro verso “la vita è dura e brutta”. E, ingenuamente tardi, ti rendi conto di quanto possa essere doloroso e devastante perdere un amico, il tuo amico.
Così anche io ho potuto vivere in questi giorni questa esperienza. Un amico in coma. Lo vado, quindi, a trovare in reparto rianimazione. Intanto la preparazione: tutti con caschetti, mascherine, tuta per corpo e scarpette. Aspettiamo in una piccola saletta dove avviene la vestizione. La stanza è fiocamente illuminata da una luce al neon affatto rilassante. Tutti in tuta, astronauti in partenza per l’ignoto o forse verso i cancelli del tempo. Una signora accanto a me è nervosa, impaurita. Rientra, turbata, un’altra che ha appena visitato un suo caro. Io le dico che generalmente i dottori, riguardo la situazione clinica, tendono a dare la versione più brutta per non creare aspettative. La signora nervosa e impaurita mi accarezza la mano e mi dice con voce tremante “Lei vuole consolarci, la ringrazio”. E’ il mio turno. “Vai lungo il corridoio, poi a sinistra e di nuovo in fondo, lui è sulla destra”. Mi appropinquo. Ma le indicazioni mi sembrano dannatamente insufficienti. C’è solo un corridoio, eppure mi sembra di non saper dove andare. La tensione mi attanaglia sempre di più. Continuo ed entro in questo grande salone, diviso da alcune basse pareti divisorie di vetro. Pochi letti sulla destra e sulla sinistra, senza un ordine preciso. Le luci sono soffuse. Io mi guardo in giro non sapendo dove porre lo sguardo. Sono letti alti, grandi, circondati, alla testa, da un semicerchio di macchinari e fili. Mi sembra di camminare su delle molle, tutto rimbalza. Lo stomaco ce l’ho in gola. Vedo un gruppetto di infermieri che, rilassati, parlano tra loro, evidentemente un momento di pausa. Ho passato quasi tutti i letti, non lo vedo. L’ultima parete divisoria è davanti a me, oltre la quale c’è un’ultima zona illumuminata, con macchinari e due letti, uno dei quali vuoto. Oltre questa ultima zona, la sala continuerebbe, ma c’è solo buio. Una tetra dissolvenza verso la zona morta. Dopo aver superato i cancelli del tempo, mi trovo sulla soglia del confine della vita. Tolgo subito lo sguardo da quell’orizzonte. Meglio non guardare oltre. Vedo una persona che potrebbe essere lui. Mi avvicino. Sì, è lui. Non ha un aspetto malvagio. Dimagrito bene, rilassato, colorito, coperto dalle lenzuola sino al collo. Sembra semplicemente dormire. Il mio sguardo comincia nervosamente ad andare alle sue spalle, circondate da un muro di macchine, monitor e collegamenti alto almeno tre metri. Un anfiteatro tecnologico in cui l’attore principale al centro della scena recita la sua muta performance. Non so se toccarlo, parlargli. Ormai mi trovo in uno stato di trance assoluto. “Non è ancora il momento. E’ ancora troppo presto, capito?” gli grido a bassa voce. E’ ormai il momento tornare. Mentre percorro il corridoio all’inverso, mi giro per un’ultima volta e noto una luce rossa in uno dei monitor. Faccio per istinto a chiamare gli infermieri. Ma poi mi chiedo, cosa sto facendo!? E’ proprio a causa di quella lucina rossa che si trova lì. |
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| Digital video killed the memory star |
| di Daniele |
| 13/02/2009 alle 12.21 |
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![]() C’era una volta un gioco che mi veniva istintivo fare quando vedevo un film o un’immagine (che fosse di un film, di una sequenza televisiva o di una semplice foto). Cercavo di indovinare l’anno di produzione. Almeno la metà delle volte ci azzeccavo, nell’altra metà non andavo oltre i due o tre anni rispetto alla data effettiva di realizzazione. In questi cento anni noi abbiamo visto la nostra realtà riprodotta tramite reazione della luce su bromuro d’argento. In cento anni la pellicola non ha finito di evolversi. Perfino in questi ultimi dieci anni si potevano notare cambiamenti di resa. Per cento anni le generazioni che si sono susseguite hanno potuto creare un cuscino della memoria utilizzando immagini realizzate artigianalmente (macchina fotografica, super8, 8mm) per uso personale e familiare. Queste immagini invecchiavano velocemente, sia perché la tecnologia migliorava la qualità, sia perché i supporti erano comunque destinati a deteriorarsi. Anche i mezzi di proiezione e riproduzione si evolvevano. Tutto ciò andava ad influire sulla qualità della fruizione. Banca Dati della Memoria In questo modo si alimentava una virtuale banca che aveva più conti con più monete correnti. La memoria del passato era diversa per ogni generazione, ognuna delle quali poteva avere un ricordo del passato che aveva una sua propria unicità, un passato che veniva modellato ogni volta secondo gli standard tecnici di quel momento. C’era la generazione che aveva le scene dei pic-nic in montagna stampate su un bianco e nero pieno di rigature e pelucchi. C’era quella che aveva le grigliate a colori saponati con i pelucchi. Oppure quell’altra che faceva le passeggiate con gli zii circondati da una grana compatta e dai colori freddi ma con il proiettore che continuava a far saltare la pellicola. Chi voleva vedere immagini del proprio passato, riusciva perfino a percepirlo, a dargli una collocazione temporale. La riproduzione della realtà che ognuno guardava non corrispondeva affatto alla realtà del presente. Quante volte, da piccoli, ci siamo chiesti se nel passato la gente viveva veramente senza colori? La nostra epoca è digitale. La ripresa digitale non ha solo uniformato il passato, lo ha cancellato. Un essere umano vedrà se stesso appena nato, adolescente, uomo e vecchio sempre dentro immagini perfettamente definite. Vedrà il passato nello stesso modo in cui sta vedendo il presente. Avverrà uno scollamento del passato che andrà a infrangersi e a fondersi con il presente e viceversa. Pur essendo inevitabile l’evoluzione delle cose, trovo che questa sia una di quelle voci da mettere senza dubbio nella colonna perdite. Faccio fatica ad abituarmi all’idea di una vita senza una tabella di marcia che scandisca le epoche. Faccio fatica a immaginare un uomo del 2498 che guarda un video del 2015 e lo fruisce senza quella gratifica che la memoria riceveva nel vedere un’immagine “vecchia”: non è il mio cervello che perde informazioni, è il passato stesso che è diverso, che è sfocato, che è in bianco e nero, che è strappato. L’immagine non è più depositaria dei ricordi, perché i ricordi nella nostra testa si annebbiano, diventano in bianco e nero, si rovinano. Quella foto di te neonato sembra fatta ieri, e io ieri non ero così! La capacità di riproposizione dei ricordi è definitivamente cambiata. Per i registi un nuovo problema da risolvere. Come faranno a rendere i flashback visivamente coerenti con una visione passata dell’evento rispetto alla narrazione? Diagnosi: eccesso di iperrealismo. Qualcuno può degnarsi di inventare l’iporealismo? |
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| Se l’umanità scoprisse la verità... |
| di Daniele |
| 11/02/2009 alle 16.35 |
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![]() Continuano i miei progressi per organizzare questa collettiva qui a Reggio Emilia. Sembra che il Mauriziano e l’ Officina delle Arti siano occupate sino ai primi del 2010. Sto cercando un altro spazio idoneo. Vedremo cosa si riesce a trovare. Intanto ecco altri due artisti che assolutamente voglio per questo evento. ![]() Se essere fuori dagli schemi è uno degli elementi base per professare l’arte di artista, David Chance Fragale è fuori dallo schema degli schemi. Vedo le sue opere e mi rendo conto che l’artisticità è quella capacità di fermare i pensieri che il cervello trasmette così come sono. Cioè è artista chi riesce a sfornare pensieri senza il filtro degli strumenti del pensiero. Un’immagine è filtrata dall’obiettivo e dalla pellicola. Un quadro dai pennelli e dai colori. David Chance Fragale sembra abbia trovato un modo per bypassare i media. ![]() Patrick Gonzales è un fotografo che vive in Francia. Mi piacerebbe potesse essere presente anche lui tra gli artisti. Com’è che si diceva una volta? “Non sono foto, sono quadri”, come a dire che la poesia può entrare in un quadro, al contrario di una fotocamera, che ritrare la realtà, quindi è rude. Patrick utilizza il ritocco digitale per scrivere pensieri, e non per un semplice gioco di gara al realismo estremo. Il senso del fantastico è già insito nella sua idea e nel suo essere artista. |
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