Io amo il lavoro dei fratelli Quay. Un cognome che potrebbe non dire nulla perfino al più sfegatato degli amanti dell’animazione. Eppure questi due registi americani sono forse tra i pù notevoli autori nell’ambito non solo dei cortometraggi animati (tecnica dello stop-motion), ma anche per quello che riguarda i lungometraggi (ovviamente distribuiti con il contagocce).

Per loro onirico è sinonimo di incubo. Ma mai si sono potuti vedere incubi così poetici, così placidi da non volersi mai svegliare. Visioni spettrali, ossessionate, sviluppate da una terrificante percezione della realtà. Il loro maestoso utilizzo di focali estremamente lunghe, estremizza il gioco del fuori fuoco. Sono come degli scienziati che usano il microscopio per guardare ciò che li circonda quando passeggiano per le strade. E la realtà diventa un solo un grande insieme di micro-cosmi, collegati tra loro solo da chiusure stagno.

La loro maniacale cura nel muovere gli oggetti di fotogramma in fotogramma li fa avvicinare, solo ed esclusivamente loro, al mitico Ray Harryhousen) Gli esserini di pezza (e ossa, tela e chissà quanti e quali altri materiali di scarto) sono la concretizzazione più riuscita su uno schermo dell’attività celebrale in stato di non veglia.

Le scenografie, poi, sono mozzafiato. Si fa fatica a credere che si stia vedendo scenari grandi pochi centimetri, piuttosto che trovarsi in saloni enormi abitati da incredibili oggetti che giganteggiano tra polvere e sprazzi di luce inquietante. Ma cosa vorranno dire le loro bambole senza occhi e cervello mentre confezionano una fettina di carne tra spilli e mosche morte-viventi? Forse nulla. Forse nulla più di quello che la mente di un killer seriale potrebbe desiderare come arena per le proprie fughe R.E.M., il cui unico incubo è quello di svegliarsi alla realtà.

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