Chi non riesce a fare, insegna. Ma davvero?

La prima espressione che mi è stata “simpaticamente” rivolta quando ho cominciato a dire che mi avevano proposto di fare lezioni per un corso di regia, è stata “Ah-ah! Chi non riesce a fare, insegna, lo sai, no? “ La sorpresa è stata notevole, di quelle che ti capitano quando sei spiazzato non da una cosa sconosciuta, ma da una conosciutissima che cambia solo per il fatto che è stata rivolta a te.

E così la tua prospettiva compie una piroetta all’indietro e mi sono trovato nell’ incontestabile e drammaticamente stringente sequenza logica secondo la quale.. dovevo essere un frustrato e un fallito, in pratica non stavo riuscendo a svolgere la mia attività di artista… Mi ero incuneato nel vicolo cieco di un fallimento umano senza possibilità di smentita, in un paradosso difficile da abbattere. Mi ha quindi attraversato un senso di reale impotenza che, alla fine, ma solo alla fine, ha attivato la funzione “sorrisetto” sul mio viso.

Ho indossato le vesti di un insegnante professionista (tipo, appunto, quelli che insegnano economia perchè non sanno fare i soldi). Io, dopotutto, faccio tante cose e dall’ accusa (altro che accusa, una sentenza!) dallo spirito goliardico quanto si vuole, ma terribilmente fastidiosa e destabilizzante, mi sono potuto proteggere grazie a quel senso che mi accompagna ogni volta che faccio qualcosa: quella sensazione di eterno fuori posto, l’insoddisfazione intrinseca nelle cose che creo, la costante non risultanza delle mie aspettative, sempre alla ricerca di quella chiave che possa scardinare questi non risultati. Ma la finestra sul tema “perché scegliamo quello che scegliamo di fare” era stata aperta e io non potevo non guardare al di fuori. Già gli schemi prefissati di ragionamento mi infastidiscono, quando poi diventano ammicanti, il fondo viene toccato.

Inizio quindi a fare un’analisi della frase, la declino in vari significati  invertendone la direzione. Di conseguenza, potrebbe essere corretto affermare:

chi non riesce a teorizzare, non insegna.

o

chi non riesce a trasmettere conoscenze, non insegna.

o

chi non riesce a creare empatia con i bambini/ragazzi/studenti, non insegna

 

Vogliamo essere cattivi cattivi? anche con  noi stessi?

chi non riesce a teorizzare, non può far altro che soldi…e niente di più!

Mi piace essere sempre dalla parte dei più deboli e dei perdenti, mi sono quindi tolto quel sorrisino dalla faccia, ho impugnato l’ascia della dialettica e ho cominciato ad affrontare questi incubi mostruosi. Partendo dai miei: io di cose ne faccio, tante e trasversali, che potevo pure starci. Ma pensarla poi a quegli insegnanti professionisti che ho incontrato, era la cosa più ingiusta che si potesse affermare.

Li ho conosciuti,  io, questi insegnanti professionisti che insegnano. La passione che ho riscontrato nel loro fare, il supporto senza sosta nella gestione dei corsi è stato vitale, appassionato, indispensabile. L’attenzione che ponevano nei bambini e nella salvaguardia dei loro mondi immaginifici  era la cifra tipica di chi prosegue una vera e propria missione. Quando la passione diventa il tuo lavoro, il mondo esulta e l’umanità ha fatto un nuovo passo in avanti. Una di queste insegnanti che ha smosso mari e monti per poter far confluire il corso presso la propria scuola, addirittura è una precaria! Il prossimo anno non sarà più neanche in quella scuola. Nulla da guadagnare, solo da perdere. E’ questa l’umanità che mi piace.

E ne vogliamo parlare di insegnanti di successo? Quanti scrittori di besteseller internazionali sono passati dalla cattedra allo scaffale, mantenendo sempre la cattedra o l’insegnamento? Tra artisti di teatro o cantanti italiani ce ne sono molti tra i più popolari. Chi glielo faceva fare? Nessuno. Perché  insegnare significa prima di tutto imparare, apprendere, crescere. Avere, infine, il privilegio di poter dare, per primi e in diretta, uno sguardo sul mondo del futuro.

Siccome però non ho risposte (certezze sì, ne ho, anche parecchie), non posso far altro che chiudere con una domanda: è meglio essere ricchi, famosi e fortunati…o essere felici?

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